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	<title>10x100.it &#187; testimonianze</title>
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	<description>G8Genova 2001 non è finita! dieci, nessun@, trecentomila</description>
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		<title>Dal Messico per Alberto e contro il carcere</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Oct 2012 21:57:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Alberto]]></category>
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		<description><![CDATA[Ho un amico che si chiama Alberto che sta in galera Ho un amico che si chiama Alberto che sta in galera Alberto l&#8217;hanno rinchiuso perchè s&#8217;è ribellato a un ordine ingiusto e cieco Alberto sta pagando un caro prezzo per difendere la potenza dei nostri sogni Alberto ha gli occhi scuri e profondi e [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="pf-content"><p>Ho un amico che si chiama Alberto che sta in galera</p>
<p>Ho un amico che si chiama Alberto che sta in galera</p>
<p>Alberto l&#8217;hanno rinchiuso perchè s&#8217;è ribellato a un ordine ingiusto e cieco</p>
<p>Alberto sta pagando un caro prezzo per difendere la potenza dei nostri sogni</p>
<p>Alberto ha gli occhi scuri e profondi e una scintilla s&#8217;accende veloce quando parliamo di resistenza</p>
<p>Alberto ha sempre odiato il carcere, giorno dopo giorno</p>
<p>Alberto quando l&#8217;hanno arrestato l&#8217;hanno torturato, l&#8217;hanno umiliato&#8230;</p>
<p>&#8230;l&#8217;hanno braccato decine di agenti e l&#8217;hanno costretto a camminare solo verso la cella</p>
<p>Il potere, per accanirsi contro Alberto, ha montato un processo farsa e l&#8217;ha condannato a marcire in galera per troppi, troppi anni&#8230;<br />
Una sentenza spropositata per un capro espiatorio, una infame vendetta di Stato<br />
Fanno pagare ad Alberto le lotte di tutti e tutte&#8230;<br />
&#8230;vogliono così intimorire la gente, farla rassegnare al presente perpetuo del capitalismo.<br />
Alberto è uno, nessuno, è trecentomila.<br />
Alberto è uno, nessuno, è trecentomila.<br />
Alberto è un indigeno tzotzil del Chiapas<br />
Alberto è un libertario romano<span id="more-1011"></span></p>
<p>Nel Chiapas della guerra permanente e dei massacri contro gli indigeni, Alberto Patishtán Gomez, detto el profe, è stato condannato a 60 anni accusato di un&#8217;imboscata contro sei poliziotti&#8230; Nell&#8217;Italietta dell&#8217;ipocrisia e della precarietà Alberto Funaro, er fagiolino, viene condannato a dieci anni per resistere nella Genova della guerra di strada, combattuta metro per metro contro 20,000 agenti. Nel Chiapas della rivoluzione zapatista e dei villaggi autonomi in resistenza, Alberto Patishtán è un ostaggio del Potere che non tace, che denuncia, che tesse reti ribelli nelle galere&#8230;<br />
Nell&#8217;Italia dei territori in resistenza Alberto è dentro per una passione, quella passione che fa anche della cella una trincea, una passione che quando si contagia fa tremare il potere. Quando i governi dispiegano i loro sbirri a difesa di se stessi, si somigliano ancora di più. Ma non c&#8217;è oceano, non c&#8217;è latitudine, non c&#8217;è frontiera&#8230; non ci sono argini e dighe che tengano quando le resistenze si conoscono, confluiscono e formano la grande mareggiata che, goccia dopo goccia, li sommergerà.<br />
Abbiamo scelto di parlare di Alberto, dei nostri Alberto, ma avremmo potuto usare migliaia di altri nomi. Non solo per parlare della vendetta di Stato su Genova, che comunque c&#8217;ha scosso anche qui in Messico, o per parlare della guerra a bassa intensità che si combatte in Chiapas e miete vittime&#8230;</p>
<p>Gli ostaggi in mano del potere sono ovunque e tutti patiscono i rigori di un regime punitivo e insesato chiamato GALERA. Una condizione di costrizione dei corpi e incasellamento delle menti che trova il suo corrispettivo nel disciplinamento globale della società: eserciti che pattugliano per le strade, frontiere chiuse ai migranti di ogniddove, impunità garantita ai corpi di polizia, leggi speciali a difesa dell&#8217;accumulazione di capitale.</p>
<p>Per questo salutiamo Alberto Patishtán e Alberto Funaro, ma anche tutti gli altri e le altre compagne schiacciate fra le umide pareti della prigione: salutiamo, fra i tanti, i 5000 prigionieri politici in Palestina, le centinaia di baschi e basche condannate come terroristi per difendere in un lembo di terra a ridosso dei Pirenei, i guerrieri Mapuche che – irriducibili – pagano con sentenze secolari la difesa dei loro boschi, gli anarchici sequestrati da ogni Stato del pianeta, le centianaia di egiziani ed egiziane, fiori strappati alla primavera araba&#8230; gli attivisti e le attiviste perseguitati per occupare ed esigere case. Salutiamo inoltre i migranti di qualsiasi terra, cacciati da qualsiasi governo e incarcerati negli infernali CIE costruiti lungo quelle cicatrici che dividono il mondo in Stati&#8230;</p>
<p>E in questo spazio di riflessione, di libertà e di memoria ricordiamo chi in galera è morto. Perchè di carcere non si muoia più, ma neanche di carcere si viva.</p>
<p>E ricordiamo la dignità di una donna, di una compagna, una nostra compagna. Occhi blu imprigionati per 18 di anni, occhi di una donna che non ha mai smesso di essere quello che era: semplicemente una donna, incredibilmente una donna. Guerriera, compagna, madre, sorella, amica. Franca Salerno è viva nello scontro quotidiano contro la barbarie della galera, pattumiera della società patriarcale, verticale, colonialista, capitalista. Una lotta che è la stessa che suo figlio, con noi, ha animato contro la precarietà, contro le guerre imperialiste, per il diritto all&#8217;abitare: Antonio e i suoi occhi blu. Che il mare vi culli, una madre e un figlio. Uniti nella rabbia e nell&#8217;amore.</p>
<p>L&#8217;ultimo abbraccio &#8211; amici, sorelle, compagni e passanti – lo diamo insieme a voi a chi ci ha portato qui: Renato. Ci sono buone ragioni per continuare a lottare, buone ragioni per rischiare anche la galera&#8230; sono le stesse che fanno la vita meravigliosa: la solidarietà, la giustizia, l&#8217;amore, il calore di un sorriso e di un abbraccio. Le stesse ragioni che hanno fatto di Renato &#8211; il nostro Renato &#8211; un ricordo vivo, collettivo e indimenticabile.</p>
<p>Con tutto il bene dell&#8217;anima, dal Messico</p>
<p>Fazio e Nina</p>

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		<title>Bolzaneto e Ponte Galeria i personaggi sono sempre gli stessi</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Sep 2012 13:39:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[testimonianze]]></category>
		<category><![CDATA[bolzaneto]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Pigozzi]]></category>
		<category><![CDATA[ponte galeria]]></category>
		<category><![CDATA[tortura]]></category>

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		<description><![CDATA[Continuiamo a parlare di Genova di quello che successe in quel luglio del 2001 quando venne ucciso Carlo Giuliani, quando fu aperto quel luogo di tortura chiamato Bolzaneto. Di quelle giornate a pagare sono 10 persone, compagne e compagni accusati di devastazione e saccheggio che hanno preso dai 7 ai 14 anni di carcere. Due [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="pf-content"><p>Continuiamo a parlare di Genova di quello che successe in quel luglio del 2001 quando venne ucciso Carlo Giuliani, quando fu aperto quel luogo di tortura chiamato Bolzaneto. Di quelle giornate a pagare sono 10 persone, compagne e compagni accusati di devastazione e saccheggio che hanno preso dai 7 ai 14 anni di carcere. Due di loro si trovano rinchiusi a Perugia e a Milano mentre i torturatori continuano a torturare e a far carriera nella polizia. Proponiamo questo articolo preso dal blog <a href="http://laparoladegliultimi.blogspot.it/2010/08/angela-racconta-cosa-significa-vivere.html" target="_blank">laparoladegliultimi</a> che ci ricorda chi era ed è <a href="http://www.liquida.it/massimo-pigozzi/" target="_blank">Massimo Pigozzi</a>, <a href="http://www.onemoreblog.it/archives/009557.html" target="_blank">presente</a> a Genova, a Bolzaneto e nel lager per migranti senza documenti Ponte Galeria, condannato recentemente per <a href="http://www.zeroviolenzadonne.it/rassegna/pdfs/d0840ea3c3141156c1264220fa485256.pdf" target="_blank">stupro</a>. Ci soffermiamo su di lui non perchè pensiamo sia la solita mela marcia. Episodi di stupro, violenze, abusi è ormai risaputo sono l&#8217;ordinario in caserme, cie e carceri. Quello che ci preme è continuane a ricordare e voler sapere se questo personaggio è ancora nella polizia. Così come dovrebbero essere stati sospesi Gratteri e Luperi condannati per i fatti della Diaz, i cui nomi invece troviamo ancora nelle cronache. <strong>11 anni sono passati da quel luglio del 2011 e la storia è sempre la stessa i compagni e le compagne in galera e questi personaggi a far carriera.</strong></p>
<h3>Angela racconta cosa significa vivere in un lager di stato</h3>
<div id="post-body-192706407885168072">Le persone che conoscono direttamente i Cie (centri di identificazione ed espulsione) e non si esprimono per sentito dire, hanno imparato che non sono luoghi dove poter fantasticare a occhi aperti. Anzi, sanno benissimo che sono posti dove i sogni vengono spezzati e dove si puo’ incontrare una delle più crudeli realtà del XXI secolo. E’ un accumulo di esseri umani, gettati in una fogna, dove ogni diritto è sospeso.Lo sa benissimo <strong>Miguel</strong>, che afflitto dalla disperazione, <strong>ingoia due pile e della candeggina</strong>. Non riesce a sopportare di sottovivere in prigione, senza aver commesso nessun reato. Compie un atto estremo e spera che qualcuno si accorga di lui, della sua storia, delle sue aspirazioni spezzate. Eppure, le istituzioni chiamano “<strong>ospiti</strong>” le persone che entrano all’interno di questi centri. Qualcuno si sorprende quando vengono chiamati <strong>Lager di stato</strong>. Qualcun’altro non resta turbato quando viene a conoscenza di storie raccapriccianti, perché sa cosa succede all’interno di quelle celle e qualcun altro ancora, è indifferente e accetta quel che può subire una persona colpevole di non avere un documento a portata di mano.<span id="more-999"></span>Succede che più conosci quella realtà e più scopri racconti incredibili e persone che vogliono narrare le loro esperienze dirette, vissute da protagoniste all’interno di quelle gabbie. Ci sono i migranti reclusi (come Miguel, Adel, Elham, Joy ecc) che ti implorano a scrivere e raccontare di loro. Ma ci sono anche gli operatori spesso andati via dal centro disumano e che vogliono raccontare le atrocità subite dai migranti.<strong>NON GRADITA A PONTE GALERIA</strong>Molte volte gli operatori che lavorano nei vari Cie d’Italia mi chiedono di mantenere segreta la loro identità per paura di perdere il posto di lavoro o per il timore di essere perseguitati. Questa volta, ci sono Nomi e cognomi. “Puoi fare tranquillamente il mio nome e anche il cognome se vuoi, io dico solo la verità” dice Angela, quando gli chiedo se vuole che la sua identità venga svelata.<strong>Angela Bernardini</strong>, ha lavorato nel Lager romano di <strong>Ponte Galeria</strong> con la <strong>CRI </strong>dal 1998 al 1999, con varie mansioni: segreteria, logistica, ambulatorio. Come un fiume in piena mi ha raccontato ciò che succedeva all’interno di quel centro disumano sempre esaurito e stracolmo di persone.</p>
<p>“All&#8217;epoca &#8211; racconta Angela Bernardini &#8211; non esistevano nè regole, nè tanto meno diritti, almeno non codificati da un regolamento. I reclusi andavano a fortuna, secondo chi era di turno nei vari settori di competenza o delle forze dell’ordine”. Vi era una estrema difficoltà ad avere colloqui con gli avvocati e con i familiari. Tutto ciò che avevano, quando venivano portati al centro, era sequestrato e custodito in alcune cassette. “Non so se quando uscivano i militari ridavano loro esattamente ciò che avevano all&#8217;inizio della detenzione” dice l’ex operatrice di Ponte Galeria.</p>
<p>“<strong>Ho sempre cercato la vicinanza umana con i detenuti</strong>, volevo conoscere le loro storie, sapere della loro vita, aiutarli a restare persone”, perché spesso come mi hanno raccontato molti ragazzi reclusi in un Cie, è difficile restare se stessi, quando esci da quell’inferno cambi. “Io voglio restare me stesso, spero di farcela” mi diceva Miguel prima di essere espulso.</p>
<p>“Mi ero conquistata la loro fiducia ed il loro rispetto”, tanto che in un’occasione, Angela, è riuscita ad impedire una rivolta e in un’altra addirittura volevano fare lo sciopero della fame per lei. Era accaduto che in mensa un detenuto, “forse impazzito per davvero o forse per finta, <strong>mi ha mollato un cazzotto sulla fronte</strong>”, lasciando Angela stordita e dolorante. “Questo poveraccio – racconta l’ex volontaria della CRI &#8211; successivamente <strong>è stato massacrato di botte dai poliziotti</strong>, malgrado i miei tentativi di impedirlo”. Secondo Angela a condurre il pestaggio fu Massimo Pigozzi, che è uno dei tanti che parteciparono al pestaggio di Bolzaneto, durante il g8 del 2001, secondo le indagini condotte avrebbe dilaniato una mano ad una ragazza, divaricando le dita fino a quando la pelle si è lacerata. Secondo le agenzie di stampa, Picozzi è stato accusato anche di aver violentato nel 2005 alcune prostitute romene nella camera di sicurezza della Questura di Genova. Per precauzione, il comandante aveva deciso che per un pò Angela non entrasse in contatto con gli “ospiti” e proprio per questo motivo, <strong>i detenuti, “si sono rifiutati di andare alla mensa se non ci fossi stata io</strong>”.</p>
<div><strong>ABUSI E LE VIOLENZE SNERVANTI</strong><strong>Era scomoda Angela,</strong> troppo umana per il potere che cinicamente deve dettare legge e impedire che uscissero fuori le vicende. <strong>La sua &#8220;confidenza&#8221; non piaceva</strong> nè ai responsabili della CRI, nè a quelli delle forze dell’ordine. “<strong>Mi spiavano</strong>, mi controllavano, mi seguivano per vedere se passavo loro droga o facevo favori sessuali”. Forse anche per trovare un pretesto e poi chiedere il suo silenzio ricattandola, chissà.Ma ad abusare sessualmente delle detenute erano altri racconta Angela: “ S<strong>o che alcuni militari, e anche qualche volontario, in cambio di sigarette e schede telefoniche avevano rapporti sessuali con viados e prostitute</strong>”. Spesso, all’interno del centro, si trovavano preservativi usati che certamente i detenuti non potevano avere con se, “come non erano certo i detenuti a far entrare la droga. Io stessa ho tirato fuori da un bagno un ragazzo in overdose”. <strong>C’era sempre qualcuno che abusava della loro debolezz</strong>a e chi pagavano erano sempre le donne, con le “normali” prestazioni sessuali.Angela comprava le sigarette ai detenuti, ma senza chiedere nulla in cambio. “A volte non potevo dar loro il cambio della biancheria intima”, entravano e uscivano praticamente sempre con quello che avevano addosso al momento del fermo. “<strong>Chi protestava veniva sedato, spesso con le botte e messo in isolamento in una stanza priva di tutto</strong>”.Un giorno, Angela accompagna con l’ambulanza all&#8217;ospedale <strong>San Camillo</strong> un ragazzo che aveva dei gravi problemi di autolesionismo. “Io riuscii a convincerlo ed entrai in ambulanza con lui, malgrado non fossi di turno in ambulatorio”. Il <strong>ragazzo, aveva una lametta nascosta in bocca</strong>e avrebbe potuto fare del male a se stesso e ad Angela, ma con calma l’ex operatrice, cercò di farsi dare la lametta dal detenuto. Al rientro al CPT, “<strong>mi beccai una grande lavata di testa dal comandante e dopo due giorni, </strong>ricevetti una telefonata dal responsabile del mio gruppo, che mi diceva che<strong> non dovevo più presentarmi al Centro, perchè non gradita</strong>”.Sono seguiti giorni da incubo, “ho cercato di parlare con tutti i vertici della CRI, ma non ci sono riuscita. Mi avevano creato intorno un muro impenetrabile. <strong>Alla fine, mi hanno costretto ad andarmene, in quanto sottoposta ad un mobbing continuo</strong>”.</p>
<p><strong>FACCETTA NERA</strong></p>
<p>Un giorno, uno come tanti, verso l’ora di pranzo, Angela racconta che mentre alcuni internati uscivano dalla sala mensa, altri invece si erano intrattenuti ai tavoli per scambiare qualche parola tra loro. Improvvisamente, &#8220;<strong>dagli altoparlanti presenti nella sala, si sono diffuse ad alto volume, le note di Faccetta nera</strong>”. Tra il poco stupore degli ospiti, “che quasi certamente non conoscevano quella marcetta” e lo sconcerto tra i volontari in servizio, le note ad alto volume continuavano a cantare tra le risate dei militari.</p>
<p>Angela, chiese dove fosse la centrale che governava gli altoparlanti, e “mi è stato risposto che era il posto di polizia, sito al secondo cancello di ingresso, quello che conduceva fisicamente dentro il corpo vivo del lager”.</p>
<p>Senza pensarci due volte, Angela si è precipitata verso il posto di polizia: “c’era un poliziotto con davanti a sè un mangianastri e la custodia di una cassetta dal titolo inequivocabile: Inni e canti del Ventennio”. Angela chiese al giovane poliziotto se si rendeva conto di quello che stava facendo, “non solo offendeva i reclusi, ma stava commettendo anche il reato di apologia di fascismo”.</p>
<p>Incurante di tutto ciò e del potere conferitogli dallo Stato, sorrise e in maniera ironica “ha preso la cassetta dal mangianastri, l’ha riposta e ne ha presa un’altra, dicendomi: ma io stavo mettendo Baglioni”. Con coraggio Angela f<strong>ece rapporto al funzionario di PS responsabile </strong>e il poliziotto fu successivamente allontanato dal CPT, ma “<strong>per molto tempo sono stata guardata malissimo da tutti i vari addetti delle forze dell&#8217;ordine</strong>”.</p>
<p>Oggi, al Cie di Ponte Galeria non c’è più la CRI, ma la Cooperativa<strong>auxilium</strong>. “Da quello che leggo, non mi pare che le cose siano migliorate&#8221;. E effettivamente non lo sono davvero. &#8220;Stare a Ponte Galeria mi ha cambiato per sempre la vita” parola di Angela.</p>
<div></div>
<div><strong>Andrea onori</strong></div>
</div>
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		<title>Dal carcere di Perugia su Genova 2001</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Sep 2012 18:48:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[testimonianze]]></category>
		<category><![CDATA[carcere]]></category>
		<category><![CDATA[genova2001]]></category>
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		<description><![CDATA[Ciao sono un detenuto ristretto nel carcere di Perugia vi scrivo perché in tanti anni di carcerazione ho visto molte cose che vanno oltre la costituzione italiana. Un particolare che mi ricordo è stata la manifestazione del G8 del 2001. Mi trovavo ristretto nel carcere di Pavia in una sezione di alta sicurezza. Una mattina [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="pf-content"><p><span style="font-size: medium; font-family: Helvetica, sans-serif; color: #000000;">Ciao sono un detenuto ristretto nel carcere di Perugia</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">vi scrivo perché in tanti anni di carcerazione ho visto molte cose che vanno oltre la costituzione italiana. Un particolare che mi ricordo è stata la manifestazione del G8 del 2001.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Mi trovavo ristretto nel carcere di Pavia in una sezione di alta sicurezza. Una mattina venivamo convocati nell&#8217;aria di socialità dove il comandante dell&#8217;Istituto ci riferiva che aveva avuto una comunicazione dal Ministero di Grazie e Giustizia che 25 detenuti dovevano essere trasferiti in un carcere in Sardegna perché gli serviva la sezione libera perché dovevano portare 8 detenuti che secondo lo stato avevano preso parte alla rivolta del g8.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Io per mia fortuna sono riuscito a rimanere nello stesso carcere in quanto svolgevo la mansione di spesino e cioè il lavorante che consegnava il sopravvitto che i miei compagni possono acquistare con i propri fondi disponibili, ma a una condizione che io dovevo recarmi davanti alle celle di questi ragazzi tra cui una donna e mettergli delle condizioni sulla loro spesa.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Io naturalmente mi rifiutai e venni minacciato di un eventuale trasferimento. Ma dato che ero uno dei più vecchi che lavoravano ai conti corrent sono riuscito a farmi bloccare il trasferimento e quindi il mio compito era solo quello di ritirare le loro richieste e consegnarle.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ricordo che questi ragazzi non potevano avere nessun tipo di contatto se non altro con la presenza di un agente di polizia penitenziaria, ma la cosa che mi ha sorpreso è che la ragazza ha dovuto passarmi la sua richiesta da sotto il blindato e che la spesa gli venisse consegnata direttamente da un agente.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Posso solo dire che sono stati trattati peggio dei detenuti che sono a regime di 41bis.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Non potendosi acquistare niente al di fuori di generi che non potevano essere usati con i fornelli che possiamo acquistare all&#8217;interno di qualsiasi istituto, potevano solo acquistare acqua, sigarette, biscotti e latte il resto erano costretti a sopravvivere con il vitto che passava l&#8217;amministrazione penitenziaria. Posso farvi immaginare cosa si possa mangiare in un carcere, la tortura nella tortura.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La cosa più impressionante è che il lavorante che portava il vitto l&#8217;avevano obbligato a mettersi un passamontagna in testa in modo che non si poteva riconoscere il viso, cosa che il lavorante stesso si rifiutava di indossarlo e di conseguenza è stata costretta una guardia a passare il vitto mai aprendo il blindato ma da un piccolo spioncino. La fortuna di questi ragazzi è stata che sono riusciti ad uscirne nell&#8217;arco di 20 giorni perché noi detenuti comuni capivamo che erano trattati peggio delle bestie e che la sofferenza dentro un carcere è già insopportabile se sei un detenuto comune, loro l&#8217;hanno passata nel peggior modo che si possa trattare un essere umano.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La contentezza di tutti noi detenuti del carcere di Pavia è stata la notizia della loro scarcerazione facendogli sentire la nostra solidarietà sbattendo le sbarre per più di un&#8217;ora!</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Concludo dicendo che nelle galere dovrebbero farci passare solo anche un giorno a quei signori politici per provare la sofferenza quella vera e non solo parole parole parole!!!</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ragazzi io sono con voi fino alla morte!!!</span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;">Un detenuto che ha vissuto questa brutta esperienza in prima persona, </span></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;">ciao ragazzi!!</span></span></span></p>

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		<title>Dal carcere di Perugia una lettera di Fagiolino</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Sep 2012 18:47:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[testimonianze]]></category>
		<category><![CDATA[carcere]]></category>
		<category><![CDATA[Fagiolino]]></category>
		<category><![CDATA[genova2001]]></category>
		<category><![CDATA[Perugia]]></category>

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		<description><![CDATA[Ciao, Malgrado gli 11 anni trascorsi è ancora ben chiaro nella mia mente il ricordo che ci portò in quelle giornate a Genova, eravamo felici e pieni di speranze, eravamo più di 300.000 mila, tutte e tutti con la voglia di contestare i potenti, tutti e tutte con la voglia di costruire un mondo diverso [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="pf-content"><p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ciao,</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Malgrado gli 11 anni trascorsi è ancora ben chiaro nella mia mente il ricordo che ci portò in quelle giornate a Genova, eravamo felici e pieni di speranze, eravamo più di 300.000 mila, tutte e tutti con la voglia di contestare i potenti, tutti e tutte con la voglia di costruire un mondo diverso (nel nome di un così detto movimento dei movimenti). Poi purtroppo qualcosa è andato storto, se così vogliamo dire, ed è successo quello che è successo: le violenze, i massacri e la morte (omicidio di Stato) di uno di noi, il nostro caro Carlo. Mi ricordo anche molto bene l&#8217;ipocrisia di chi giù in quei giorni cominciava a cavalcare l&#8217;onda dividenti i buoni da cattivi. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Il dopo Genova fu poi caratterizzato da quell&#8217;accanimento, da quella caccia alle streghe da parte della magistratura nei confronti di 25 tra compagni e compagne con l&#8217;accusa assurda del reato di devastazione e saccheggio.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">A seguire poi il buio più completo, fino a quel 2008 quando la Corte d&#8217;Appello portò da 25 a 10 i compagni e le compagne accusate per quell&#8217;abominevole reato e, ricordo ancora bene quello che si percepiva dalla dichiarazione (in rete) rilasciata da Casarini dopo la sentenza, i &#8220;suoi 15&#8243;, i manifestanti modello e per questo giustamente assolti (alla faccia della solidarietà militante!).</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Gli altri 10 invece cani sciolti, brutti, zozzi e cattivi e, così giustizia fu fatta. 10 per lo più anarchici, i subbugliatori du 300.000 persone e, non lo dico per vittimismo, forse sarà una coincidenza o forse un dato di fatto, chissà…?</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Poi di nuovo calarono le tenebre e tutto andò al dimenticatoio sino alla sentenza finale del 13 luglio del 2012 quando la Cassazione confermò per noi 10 la condanna per il reato di devastazione e saccheggio (con pene dai 7 ai 15 anni di reclusione). </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ed ora, momentaneamente dietro alle sbarre siamo in 2 io e Marina, quella sorella che ho sempre desiderato avere e che non ho mai avuto la possibilità di conoscere. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ma che sia ben chiaro, io no vivo di rancore perché ho ben chiaro chi è il mio nemico e, colgo l&#8217;occasione per ringraziare dal profondo del mio cuore chi comunque in questi anni c&#8217;è stato sempre vicino, come chi si è prodigato in questo ultimo periodo con le poche forze rimaste ad aprire e portare avanti la campagna 10&#215;100.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Ma, adesso la cosa più raccapricciante è che con questa sentenza si è venuto a creare un precedente confermato dalla Corte di Cassazione e da ora in poi (e mi auguro che non sarà così) chi oserà ribellarsi, chi oserà difendere la propria dignità e chi scenderà nelle piazze per lottare dovrà convivere con l&#8217;idea di questo alone repressivo nascosto dietro l&#8217;angolo e pronto a colpire in qualsiasi momento.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Malgrado la prigionia, io cerco di resistere e tenere duro grazie anche alla vostra solidarietà che mi state dimostrando in questi giorni e che non mi fa sentire solo. Non sarà sicuramente questo sequestro legalizzato a frenare la mia voglia di far &#8220;saltare&#8221; questo ingranaggio del potere e costruire insieme un mondo diverso.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Un forte abbraccio a tutti e tutte e, con Renato sempre nel cuore.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In ogni caso, nessun rimorso.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Alberto</span></span></span></p>

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		<title>Da Elena Giuliani</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jun 2012 08:26:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[utentecollettivo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[10x100]]></category>
		<category><![CDATA[testimonianze]]></category>

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		<description><![CDATA[Io il 20 luglio 2001 non ero a Genova. Ero a Milano, per lavoro. E il 21 luglio e i giorni seguenti anche se mi trovavo a Genova, non ho partecipato alle manifestazioni: ero all&#8217;obitorio, in attesa che mi dessero il permesso di vedere mio fratello. Così di quanto successo in quei giorni ho saputo [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="pf-content"><p><em>Io il 20 luglio 2001 non ero a Genova. Ero a Milano, per lavoro. E il 21 luglio e i giorni seguenti anche se mi trovavo a Genova, non ho partecipato alle manifestazioni: ero all&#8217;obitorio, in attesa che mi dessero il permesso di vedere mio fratello. Così di quanto successo in quei giorni ho saputo lentamente, prima accarezzando e contando una a una le ferite sul corpo di Carlo, poi ascoltando le testimonianze di chi, ad altre ferite, è riuscito a sopravvivere.</em><br />
<em>Ho anche sentito dei cassonetti rovesciati, del selciato divelto, delle vetrine rotte e delle auto bruciate.</em><br />
<em>Sono passati quasi 11 anni da allora.</em><br />
<em>Nel frattempo, in altre parti d&#8217;Italia, persone che erano state a Genova come altre che non c&#8217;erano, nelle quotidiane battaglie per la difesa dei diritti quali il lavoro, lo studio, la casa, gli spazi sociali, o per la difesa del territorio dalle violenze di un Tav o di una discarica, hanno conosciuto ferite e offese simili a quelle di Genova, e per qualcuno ci sono stati anche arresto e detenzione.</em><br />
<em>A guardarsi intorno, qui, oggi, non c&#8217;è più traccia né di cassonetti rotti, né di selciato sconnesso, né di vetrine venate, né di auto incendiate. Ma ci sono molte persone che portano ancora sulla loro pelle e nel loro cuore i segni delle giornate genovesi.</em><br />
<em>E c&#8217;è Carlo, che non c&#8217;è più.</em><br />
<em>Oggi però si vogliono condannare 10 persone a 100 anni complessivi di carcere. 100 anni di detenzione comminati a 10 manifestanti per quanto successo a Genova nel 2001.</em><br />
<em>Ma i fatti di Genova riguardano tutti. Dai fatti di Genova è necessario partire per ricostruire rapporti democratici tra istituzioni e cittadini.</em><br />
<em>Dei fatti di Genova siamo responsabili tutti: chi c&#8217;era e chi non c&#8217;era, chi non è stato e chi è Stato.</em><br />
<strong><em>Elena</em></strong></p>

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